Il progetto RODRIC – Restore Order in Internet Claims

 

Il World Wide Web ha cambiato il modo in cui capiamo e veniamo a conoscenza del mondo e della realtà che ci circonda. Ogni essere umano collegato alla rete ha accesso ad una quantità pressochè illimitata di informazioni, testi scritti e materiale audiovisivo. Grazie ad Internet, la comunicazione tra individui e la condivisione di contenuti è senza barriere e può avvenire istantaneamente. Ciò ha permesso in passato l’organizzazione di mobilitazioni dal basso che hanno coinvolto milioni di persone ed ha cambiato il mondo del giornalismo, ora in competizione con i social media, in grado di fornire autonomamente  “copertura live” di eventi come il fallito colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016.

Uno dei problemi più gravi legati all’uso di Internet è l’offerta non filtrata di informazioni. Si è passati da un modello centralizzato delle testate giornalistiche al modello informale dei blog e dei siti di informazione. Ne abbiamo guadagnato in termini di pluralismo, ma stiamo pagando un prezzo alto in termini di diffusione di notizie false e di credenze fasulle. Non sono più i giornalisti a filtrare le informazioni e controllare la veridicità dei fatti, ora sta al singolo utente il compito di valutare l’affidabilità dei contenuti.

Il lato oscuro di Internet

La situazione è disastrosa. È capitato a tutti, ameno una volta, di vedere un amico su Facebook condividere una bufala (di recente: “Harrison Ford è scomparso a 74 anni“) oppure scambiare una notizia di Lercio per una vera. Uno studio recente della Columbia University e del French National Institute, scrive il Washington Post (qui in italiano), stima che il 59 percento dei link condivisi sui social media non sono mai stati in realtà aperti. In altre parole, la gente condivide link ad articoli e siti (e commenta, aggiungerei) senza leggerne il contenuto. Posso confermare questo dato, perchè ho osservato lo stesso comportamento attraverso le statistiche del sito e dell’account Twitter. Alcuni ricercatori del IMT di Lucca hanno studiato la diffusione di bufale, come il caso famoso della notizia falsa riguardante l’inesistente Senatore Cirenga. I loro studi sono stati pubblicati su riviste scientifiche ed hanno confermato la gravità del fenomeno.

Per concludere il quadro della situazione, aggiungo che il comportamento superficiale di molte persone come “fornitori” volontari o involontari di disinformazione è accompagnato da una grande fiducia per quello che trovano su Internet. Un recente sondaggio dell’Oxford Internet Institute rivela che, tra i britannici che usano regolarmente la Rete, questa è considerata una fonte di informazione più affidabile di giornali, televisione e radio (grafico qui sotto).

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Lotta alla disinformazione: Serve un nuovo approccio

Nonostante l’ammirevole sforzo di siti anti-bufala (o debunking) come Paolo Attivissimo, BUTAC (Bufale un Tanto al Chilo) e Bufaleweb.net, la situazione non mostra segni di miglioramento. Recentemente sono nate alcune iniziative che provano approcci alternativi per contrastare la diffusione di bufale, ma sono ancora in fase sperimentale e non mi pare che abbiano prospettive di successo. Il problema è che non tengono presente alcune questioni fondamentali:

  1. Il fact checking centralizzato richiede grandi risorse giornalistiche e finanziarie, nonchè una elevata reputazione. Solo i più famosi quotidiani internazionali, come Le Monde e New York Times, hanno potuto aprire un’unità specializzata al controllo della veridicità delle informazioni più rilevanti e delle affermazioni dei politici più importanti;
  2. Uno studio, sempre del IMT di Lucca, afferma che il debunking ha l’effetto perverso di rafforzare la convizione di chi crede, ad esempio, nelle teorie dei complotti. Il motivo è che i sostenitori di queste teorie adorano essere controcorrente e hanno una sfiducia profonda per chiunque mostri in qualche modo di difendere l’establishment. Per di più, criticarli pubblicamente ha il solo risultato di far pubblicità alle loro teorie e rischiare di avvicinare altre persone a queste “religioni”;
  3. (Corollario) La gente che crede alle bufale non ha fiducia negli esperti, per cui le iniziative che etichettano le notizie come vere/false per mano di qualche giornalista o esperto sono destinate ad essere inefficaci;
  4. Il fact checking si limita spesso a controllare la veridicitá dei fatti, come ad esempio se la notizia del presunto annullamento del reato di pedofilia in Turchia subito dopo il contro-golpe di Erdogan fosse vera o meno (ovviamente no!). Contraddire le affermazioni e le credenze controcorrente (esempi: i vaccini fanno male oppure l’economia italiana è in crisi a causa dell’Euro) è invece molto più complicato. Il problema è che simili affermazioni e credenze sono spesso interpretazioni sbagliate di fatti veri.

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Il progetto RODRIC

Il progetto Restore Order in Internet Claims (RODRIC) ha l’intento di fornire uno strumento per la revisione di Affermazioni e Credenze (A&C) che circolano sulla rete. L’approccio è innovativo e punta al coinvolgimento dal basso degli stessi utenti della rete.

Power to the people. Ma con un piccolo accorgimento…

L’idea di fondo è che la cosiddetta conoscenza collettiva della Rete è inaffidabile perchè è una media semplice del sapere degli utenti. Pura quantità, senza aggiustamenti qualitativi. Prima di internet, gli esperti svolgevano il ruolo importante di filtrare le affermazioni infondate (semplicemente, non scientifiche) per proteggere la società dalle consequenze di prendere decisioni politiche basate su credenze fallaci. Con Internet, la diffusa antipatia della gente per gli esperti ha portato molti a credere automaticamente a chunque si venda come opinionista alternativo e controcorrente. Il risultato è che gli esperti sono ora in minoranza perchè troppe persone sono diventate attive divulgatrici di teorie anti-scientifiche o, semplicemente, bufale.

La gente si fida solo della gente. Come usare allora la conoscenza collettiva contro la disinformazione?

Il punto di partenza è il trovare un modo di filtrare la conoscenza collettiva estraendone la componente di qualità. Lasciando la possibilità a ciascun utente di votare e fornire una valutazione dell’affermazione o credenza basata sulla propria opinione. La valutazione dovrebbe essere espressa in modo sintetico, attraverso un rating simile a quello dato ad un prodotto sul sito di Amazon oppure ad un film su IMDB, (scala da 1 a 5).

La differenza è data dal calcolo del rating complessivo. Il peso di ciascun voto è determinato dalle risposte che l’utente darà alle domande di un breve quiz che valuti il livello delle sue conoscenze sull’argomento. Soprattutto, la sua capacità di comprensione dell’argomento. Ad esempio, un individuo che non è consapevole della differenza tra causalità e correlazione non è in grado di esprimersi su molti temi di economia. Alla fine del breve questionario, il rating dell’utente avrà un peso proporzionale al numero di risposte giuste.

Il progetto RODRIC punta a creare un sito che faccia da aggregatore di A&C e fornisca, per ciascuna di loro, un rating, cioè una rapida sintesi della loro affidabilità. Come già discusso in precedenza, associare ad una affermazione o credenza l’opinione di un esperto non sarebbe di aiuto perchè troppe persone non si fidano degli esperti. La valutazione è allora il risultato della conoscenza collettiva, ma filtrata sulla base del Quiz di conoscenza.

Perchè dovrebbe avere successo?

Ci sono alcuni motivi che portano a pensare che questo sistema possa riscuotere successo:

  • la gente ama basare la propria opinione sui rating;
  • alla gente piace lasciare rating e, soprattutto su temi scottanti, ama dire la sua;
  • molte persone si divertono a partecipare ai quiz. I quiz devono essere interessanti per chi partecipa. Non devono creare frustrazione ma piuttosto devono sentirsi stimolati e indotti a partecipare di frequente (non sulle stesse A&C);
  • Il rating finale sarebbe il risultato dell’opinione della gente, non di esperti.

 

Interessato?

Il progetto al momento ha solo il nome e non è ancora partito.

Non è di semplice realizzazione e sono aperto a collaborazioni, per cui nel caso tu fossi interessato scrivimi un messaggio su Twitter (https://twitter.com/crudedatalash).

In ogni caso, i commenti sono più che benvenuti!

Quorum o non Quorum: è davvero un Problema?

Spesso viene data colpa al quorum per gli scarsi risultati dei referendum. Questo articolo spiega in quali casi il quorum sia in realtà determinante. In pratica, quasi mai.

Dopo il referendum sulle “trivelle” si riapre il dibattito sul quorum, quella soglia del 50%+1 dei votanti richiesta nelle consultazioni referendarie popolari affinchè il loro risultato sia valido. Alcune forze politiche, come il Movimento Cinque Stelle, si sono battute in passato per l’eliminazione di questa soglia di validità. In un articolo di qualche giorno fa pubblicato sul blog di Beppe Grillo si legge:

Il “Referendum senza quorum” è però una delle battaglie fondamentali del MoVimento, quasi una sesta stella, per la quale si combatte fin dal primo momento. 

Perchè esiste il quorum?

Il quorum per i referendum abrogativi fu introdotto dai padri costituenti nell’articolo 75 della nostra Costituzione (link). Questa soglia serve a proteggere la maggioranza della popolazione dal volere di una minoranza, limitatamente a materie specifiche. Visto che il numero di firme richiesto per proporre il referendum è relativamente basso e il voto riguarda singoli articoli di legge, il quorum costringe i promotori a coinvolgere la maggior parte della popolazione nel dibattito. Non dimentichiamoci che per i referendum abrogativi parliamo sempre di leggi specifiche, spesso tecniche, che potrebbero non essere di interesse generale. In teoria gruppi di interesse potrebbero usare questo mezzo per ristabilire leggi preesistenti e a loro più favorevoli.

Perchè il quorum è così odiato?

L’ effetto quorum, tanto odiato da chi propone referendum popolari in Italia, è il vantaggio che la soglia del 50% di affluenza porta alla fazione contraria al quesito referendario. L’esistenza del quorum permette al fronte contrario di avere un vantaggio sull’altro fronte con l’uso dell’astensionismo strategico. Il motivo è semplice. L’astensionismo strategico sfrutta l’inevitabile percentuale di non votanti strutturali (es. disaffezionati, impossibilitati) per respingere il referendum. Non è sorprendente, perchè il quorum esiste proprio per costringere i sostenitori del referendum ad ottenere percentuali significative di consensi.

L’effetto quorum è sovrastimato

Siamo ormai abituati ad avere in Italia forti campagne per l’astensione e negli ultimi venti anni solo un referendum ha raggiunto il quorum. Ciò però non vuol dire che il quorum sia stata la causa della sconfitta. Una breve analisi spiega perchè l’effetto quorum si manifesti in realtà solo in pochi casi.

Il punto centrale da capire è che il quorum di per sè non influenza le preferenze degli elettori. Prima del voto i cittadini partecipano al dibattito nazionale e alla fine il gruppo degli aventi diritto si può dividere in tre categorie: i favorevoli, i contrari e i disinteressati. Nell’ultimo gruppo ci sono tutte quelle persone che non hanno seguito il dibattito, per un motivo o per un altro, e che non si sono fatte un’idea (e non hanno intenzione di farsela).

Chiamiamo A la percentuale di favorevoli, calcolata sul totale degli aventi diritto. Chiamiamo B la percentuale delle persone disinteressate (o che per motivi seri sono impossibilitate a votare). Abbiamo allora tre casi.

Caso 1. Trionfo del Sì

La maggioranza degli italiani è favorevole al quesito referendario ed A è maggiore del 50% (A>50%). In questo caso la campagna referendaria riesce ad assicurarsi sia il quorum sia la maggioranza assoluta dei consensi. Questo accade molto raramente.

Caso 2. L’effetto quorum

Quando A < 50% il Sì non è l’opinione della maggioranza della popolazione. Nonostante ciò la campagna referendaria può ancora vincere nel caso A > (1 – B)/2 . In italiano ciò significa che i Sì devono essere più della metà delle persone che hanno preso una posizione nel merito del referendum. In questo caso però scatta l’astensionismo strategico. Nel caso i contrari evitassero in massa di andare a votare, l’affluenza risulterebbe proprio uguale ad A, che però in questo caso è inferiore al 50%.

L’effetto quorum permette al fronte del No di vincere nonostante abbiano ottenuto la minoranza dei consensi, per un data percentuale di disinteressati.

Caso 3. Disfatta del referendum

Quando A < (1 – B)/2, la campagna referendaria non è riuscita a convincere più della metà delle persone che hanno preso parte al dibattito. In questo caso, quorum o non quorum, il risultato non cambierebbe.

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Possibili scenari referendari. L’effetto quorum è contenuto ed aumenta con la percentuale di disinteressati.

Come leggere il grafico: per un valore di B (la percentuale di disinteressati) sull’asse orizzontale, le aree colorate mostrano cosa accade con diverse percentuali di consensi (il valore di A). Il Caso 1 corrisponde all’area blu, mentre il Caso 2 a quella bianca. L’area rossa corrisponde invece al Caso 3. Non dimentichiamoci che in teoria ci sarebbe un’altra possibilità. Per percentuali di disinteresse superiori al 50% (l’area viola), il referendum non può passare. Quest’ultimo caso è però troppo estremo per essere rilevante.

Il Quorum è davvero nemico della democrazia partecipativa?

La risposta a questa domanda è: tutto dipende dalla percentuale di disinteressati, B. Dal grafico appare chiaro che accusare il quorum di impedire il successo dei referendum popolari è decisamente eccessivo. Infatti per livelli di disinteresse pari al 25%, cioè il livello di astensionismo osservato negli ultimi anni alle politiche, l’effetto quorum scatta solo e soltanto se i consensi del Sì stanno tra il 37% e il 50% (sempre calcolati in percentuale sulla totalità degli aventi diritto). Diamo allora un’occhiata ai risultati degli ultimi referendum:

  • Referendum 18 Aprile 1999: favorevoli 45.30%,
  • Referendum 21 maggio 2000: favorevoli 21% (media),
  • Referendum 15 giugno 2003: favorevoli 21.9%,
  • Referendum 12-13 giugno 2005: favorevoli 21% (media),
  • Referendum 21-22 giugno 2009: favorevoli 19% (media),
  • Referendum 12-13 giugno 2011: favorevoli 51.4% (media),
  • Referendum 17 aprile 2016: favorevoli 27%.

Questi numeri sono le percentuali di Sì riespresse sul totale degli aventi diritto. Solo in un caso, nel referendum del 18 aprile 1999, il quorum può essere ritenuto responsabile della sconfitta del quesito.

Dalla breve analisi di questo articolo vengono fuori due conclusioni:

  • Il basso livello di disinteresse tipico del dopoguerra fino alla fine della prima Repubblica costringeva entrambi i fronti ad andare a votare. Dopo gli anni 90 l’aumento della disaffezione verso la politica ha spinto all’uso dell’astensionismo strategico, ma ciò non significa che il quorum e la campagna per il non voto siano stati di fatto determinanti.
  • In molti casi, quando il tasso di consenso pro referendum non è abbastanza alto (inferiore al 37% degli aventi diritto con un astensionismo strutturale del 25%), far andare a votare chi è contrario ha un solo risultato: più inquinamento, perchè moltissimi vanno al seggio in macchina.

 

Perchè il Referendum Non Creerà Occupazione

Votare Sì non porterà vantaggi dal punto di vista occupazionale. Per capirlo dobbiamo finalmente comprendere che la realtà è complessa e gli effetti indiretti sono così numerosi da poter ribaltare il risultato ottenuto da una semplice sottrazione. L’articolo cerca di spiegare il perchè.

Il 17 aprile siamo chiamati a votare per il referendum sullo stop al rinnovo di alcune concessioni per l’estrazione di idrocarburi entro 12 miglia dalla costa. Per convincerci di votare Sì oppure No, entrambe le fazioni tirano fuori le tesi più fantasiose sulle ricadute occupazionali che il risultato del voto potrà avere.

Ne ho sentite di tutti i colori e vorrei contribuire non solo a fare chiarezza, ma anche a ristabilire un pò di buonsenso nel dibattito.

Non fate la somma

Diamo per vere le stime riportate nell’immagine qui sotto. L’estrazione di idrocarburi è un’attività ad alta intensità di capitale, per cui non è sbagliato pensare che in proporzione (cioè per unità di fatturato) l’ENI dia meno posti di lavoro di un’azienda che produce e installa pannelli fotovoltaici. I sostenitori del VotaSi allora vi propongono il seguente semplice calcolo: 17.000 – 500 = 16.500 posti di lavoro che otterremmo investendo in energia pulita invece che in combustibili fossili. Purtroppo però la realtà è estremamente molto più complessa e l’effetto netto sull’occupazione non può essere calculato in questo modo, per diversi motivi.

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L’estrazione di idrocarburi ha un indotto. Migliaia di lavoratori nel manufatturiero in Italia producono macchinari e technologie e società di servizi forniscono supporto logistico e tecnico non solo alle compagnie di idrocarburi, ma anche a chi poi userà gas e petrolio. Pompe, trivelle, navi, piattaforme, turbine, motori, etc.. I VotaSì però rispondono dicendo che questo non è un problema: queste aziende dovranno cambiare il proprio business ed entrare gradualmente nell’indotto dell’industria delle energie rinnovabili. Voilà! Purtroppo però, la realtà non è così docile come loro credono.

  • Per prima cosa paesi come l’Italia hanno un vantaggio comparato nel costruire tecnologie per l’estrazione di idrocarburi ma non molto nella costruzione di pannelli solari. I cinesi hanno in poco tempo sbaragliato la competizione e messo fuori gioco molte aziende leader, soprattutto tedesche, ed oggi hanno più del 50% del mercato. La Germania aveva speso miliardi di euro per finanziare la produzione domestica di tecnologie legate al solare ed oggi si ritrova con ben poco. Il motivo?  realtà è davvero crudele. Proprio perchè la produzione di pannelli solari ha una più alta intensità di lavoro (come abbiamo concordato all’inizio dell’articolo) e la manodopera cinese costa meno, in un mondo globalizzato l’Italia è svantaggiata.
  • Non dobbiamo poi dimenticarci che con le tecnologie attuali produrre elettricità da energie rinnovabili è, senza sussidi pubblici, più costoso che produrla con gas metano e altri combustibili fossili. Lo stesso vale per il riscaldamento. SENZA SUSSIDI. Forzare la transizione vuol dire scaricare costi aggiuntivi su aziende e famiglie. Soprattutto in settori ad alto consumo di energia questo porterebbe inevitabilmente ad una contrazione del fatturato ed al taglio dei posti di lavoro. Se il buonsenso non vi bastasse, vi propongo anche di leggere una simulazione dell’OCSE.

I sussidi pubblici non crescono sugli alberi

Con i sussidi pubblici l’energia prodotta con le rinnovabili può essere competitiva e non portare a costi aggiuntivi per chi la usa. Però, come sempre, la realtà non è tenera con gli ambientalisti romantici. Chi li paga i sussidi? È importante non dimenticarci che gli 11 miliardi di euro che oggi l’Italia spende in sussidi alle rinnovabili devono essere finanziati in qualche modo. Tasse o tagli? Entrambe le soluzioni hanno effetti importanti sui consumi e la produzione in altri settori. Questo studio pubblicato nel 2013 sulla rivista scientifica Energy Economics trova infatti che quando i sussidi vengono finanziati con tasse sul lavoro, l’impatto netto a livello macroeconomico è nagativo. L’unico modo per avere un impatto netto positivo è finanziarli tagliando i sussidi esistenti a fonti energetiche sporche come petrolio, gas e carbone.

Per di più, quando il governo cerca di incentivare l’innovazione sulle energie pulite rischia di spiazzare le attività di ricerca fatte in settori classici. Studi scientifici hanno sottolineato questo punto (crowding out): il governo non deve dirottare talenti e risorse da attività di ricerca su campi di sviluppo della produttività (per esempio macchinari per la produzione e biotecnologie) alla ricerca sulle rinnovabili. Il risultato potrebbe essere nel lungo periodo una più bassa crescita del reddito nazionale.

Conclusione

Bisognerebbe poi fare un altro discorso. Nell’articolo ho assecondato la tesi che il referendum e le politiche sulle rinnovabili siano collegate ma in realtà ciò non ha né fondamento logico né empirico. Lasciamo però perdere questo punto importante e concentriamoci sul dibattito relativo agli effetti occupazionali.

Dire che votare “Sì” porterà ricadute occupazionali positive è dannatamente sbagliato. I conti semplicistici fatti con la sottrazione sono fuorvianti, perchè non tengono di conto dei numerosi effetti indiretti che sono in grado, almeno in teoria, di ribaltare il risultato. Per cui vi chiedo gentilmente di fornirci degli studi accurati, che includono modelli di simulazione, oppure smettetela di prenderci per i fondelli.

Referendum StopTrivelle: il Diavolo è nei Dettagli

Gli argomenti dei sostenitori del referendum del prossimo 17 aprile sembrano puro buonsenso, ma un’intervista a Mario Tozzi – sostenitore del “Sì” – mi ha convinto del contrario. Mettere sullo stesso piano petrolio e gas naturale è sbagliato dal punto di vista delle politiche climatiche. 

Secondo i promotori del referendum “No Trivelle” del 17 Aprile 2016, l’Italia deve smettere di estrarre idrocarburi dalle aree marine. I benefici economici non compensano per i rischi ambientali derivanti da queste attività estrattive e, per di più, dobbiamo finalmente entrare nell’era dell’energia pulita. Gli idrocarburi non devono far parte del nostro futuro.

Come non essere d’accordo? Persino il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi è dalla parte del “Sì”, cioè del “No Trivelle” (attenti a non confondervi quando voterete!). In una intervista a Radio Popolare Tozzi, di cui ho grande stima, spiega la sua ragione per il “Sì”: Le fonti fossili sono roba vecchia, serve una svolta. Penso subito che ogni ulteriore approfondimento sia inutile. Come potrei dissentire da Mario Tozzi?

L’illuminante intervista a Mario Tozzi

Il paradosso è che Tozzi è un geologo ma la sua principale tesi a supporto del “Sì” è da economista, campo nel quale lui non è specializzato. Facendo attenzione a questo piccolo dettaglio si ha una nuova chiave di lettura per la sua intervista. Il geologo Tozzi dice chiaramente che:

“Non è tanto che le trivellazioni facciano danni, provochino terremoti, questo no. Sono sciocchezze senza senso. Oppure che sfregino il paesaggio. Questo è vero in alcuni casi ma non in tutti. […]”

Lei è geologo, ha mai partecipato ad attività estrattive?

“Sì, certo, come geologo ho partecipato diverse volte a prospezioni petrolifere, non sono particolarmente dannose in sé, il loro impatto ambientale è contenuto nella maggior parte dei casi e gli incidenti sono molto rari. Ma, ripeto, il problema non è questo. E’ un problema di prospettiva. […]”

Allora Tozzi ci conferma che i rischi ambientali legati alle attivitá di estrazione di idrocarburi sono limitati. Paventare scenari catastrofici simili all’incidente del Deepwater Horizon nel Golfo del Messico accaduto qualche anno fa è fuorviante e sbagliato, perchè non solo le technologie sono diverse (es: profondità di estrazione) ma anche perchè i rischi nell’estrazione di petrolio sono diversi dai rischi legati all’estrazione di gas. (Ulteriore approfondimento: qui) I sostenitori del Sì spaventano la gente facendo leva sulla memoria legata alle immagini di animali completamente ricoperti di greggio e di coste sfregiate dalla marea nera. Poi però, scopriamo che il referendum riguarda per la maggior parte piattaforme per l’estrazione di gas metano, non di petrolio! Controllate pure sulla lista del ministero oppure, se preferite, su quella in fondo a questo dossier di Legambiente.

L’economista Tozzi invece sostiene che:

“Il problema vero è che se tu continui a cercare nuovi idrocarburi, e poi li dovrai raffinare e bruciare, non ti allineerai mai agli obiettivi che invece, anche come governo nazionale, sostieni di voler perseguire.”

Cosa dovrebbero chiedere i cittadini in materia energetica?

“L’abbandono progressivo delle fonti fossili. Se noi abbiamo aderito all’accordo sul clima di Parigi, vuol dire che entro il 2050 dovremo tagliare le nostre emissioni inquinanti. E quando lo facciamo? Nel 2049? Devi cominciare adesso, non c’è tempo da perdere, a investire sulle energie rinnovabili e su quelle incentrare tutta la trategia energetica del Paese.”

A quanto pare diversi personaggi famosi invitano a votare “Sì” per lanciare un messaggio al governo affinchè adotti una politica ambientale più aggressiva di quella attuale, in primis per rispettare l’accordo di Parigi firmato il dicembre scorso. Lo scrive il conduttore e divulgatore scientifico Luca Mercalli (qui) e Giovanna Ricoveri sul Fatto Quotidiano (in un articolo alquanto superficiale). Personaggi come Alessandro Gassman invece pubblicano su Twitter grafici che illustrano alte concentrazioni di Pm2.5 in Italia, omettendo il fatto che l’uso di gas naturale possa aiutare a ridurre il micro particolato (che pazienza bisogna avere, davvero: perchè ad esempio la provincia di Bolzano scrive qui che gli autobus a metano emettono una quantità quasi nulla di particolati?).

Gettare il bambino con l’acqua sporca

Visto che chi scrive è un economista ambientale e non un geologo, mi fido di Tozzi per quanto riguarda i rischi ambientali ma ritengo la sua analisi di politica ambientale alquanto grossolana. Mi soffermo su due questioni fondamentali.

Punto 1. Dai veti dei referendum non possono nascere politiche serie.

Purtroppo i referendum sono solo abrogativi. Le politiche serie sono invece programmi complessi che fanno affidamento su diversi strumenti e sotto-obiettivi per raggiungere obiettivi ambiziosi, come è ad esempio il forte abbattimento delle emissioni di gas serra per evitare i peggiori scenari di cambiamento climatico. Sarà pur vero che i referendum abrogativi sono uno dei pochi modi che i cittadini hanno per far sentire la loro voce su tematiche specifiche, ma è altrettanto vero che è una modalità mediocre e maldestra di favorire il buon governo.

Punto 2. Non distinguere il gas naturale dal petrolio è sbagliato.

Mi voglio soffermare su questo punto. Il referendum abrogativo rischia di far danni per la politica climatica in Italia. La produzione di energia elettrica con gas naturale emette in media il 40 % di gas serra in meno rispetto all’uso di carbone e il 25% in meno rispetto all’uso di petrolio ed ha emissioni minime di zolfo ed altri inquinanti (entrambi le fonti sono in inglese).

Non esiste piano di politica climatica che non preveda un mix di fonti energetiche per raggiungere gli obiettivi di taglio delle emissioni di gas serra. Detto diversamente, non esistono piani credibili di politica climatica che puntino tutto su energia solare ed eolica. Il gas naturale, ad esempio, è sempre presente anche nei piani più ambiziosi di taglio alle emissioni. Mi riferisco ad esempio al quinto rapporto dell’Intergovernmental Panel of Climate Change, un organismo delle Nazioni Unite che riunisce i maggiori esperti internazionali sul cambiamento climatico e sulle politiche ambientali. Anche Greenpeace ne parla bene (link) ma dubito che l’abbiano letto attentamente.

Il rapporto, risultato di anni di lavoro, sintetizza la frontiera della conoscenza scientifica sull’argomento e delinea le politiche di mitigazione necessarie per evitare il surriscaldamento del pianeta. Nonostante venga posta l’enfasi sull’investimento in fonti di energia pulita, i combustibili fossili rimangono sempre parte del mix energetico, anche nei casi di politiche ambientali aggressive. Sia il carbone che il gas naturale sono combustibili fossili, ma il IPCC spiega che:

“Le emissioni di gas serra possono essere ridotte in modo significativo sostituendo le attuali centrali a carbone in tutto il mondo con moderne, altamente efficienti, centrali a gas naturale a ciclo combinato o impianti di co-generazione […] (solida evidenza empirica, forte consenso scientifico)”

(Originale) “GHG emissions from energy supply can be reduced significantly by replacing current world average coal-fired power plants with modern, highly efficient natural gas combined-cycle power plants or combined heat and power plants, provided that natural gas is available and the fugitive emissions associated with extraction and supply are low or mitigated (robust evidence, high agreement)”

(dal Summary for Policymakers, p. 21)

Il rapporto dell’IPCC specifica per ogni affermazione non solo il livello di consenso degli scienziati sul tema, ma anche la solidità dell’evidenza empirica che supporta quella tesi. C’è ampio consenso tra gli scienziati (che include gli economisti) sul fatto che il gas naturale possa contribuire nella transizione verso un’economia sostenibile. Per uno studio più specifico sull’Italia, rimando ad un recente studio dell’ENEA, l’Agenzia Nazionale per le nuove technologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, dal quale ho preso il grafico qui sotto .

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Precisione al 2015 del mix energetico con politica climatica (ENEA, Verso un’Italia Low Carbon: Sistema Energetico, Occupazione e Investimenti, 2013)

 

Non facciamone una questione di principio

Votare “Si” vuol dire chiedere al governo di interrompere nel tempo la produzione italiana di idrocarburi, limitatamente all’estrazione in aree marine. Ciò vuol dire che le politiche ambientali, soprattutto quelle riguardanti la riduzione delle emissioni di gas serra, aumenteranno la nostra dipendenza dai produttori esteri di gas naturale. Come ho cercato di spiegare, il referendum non distingue il petrolio dal gas naturale e noi avremo molto bisogno del gas. L’ipocrisia si palesa nell’idea di voler proteggere le nostre belle spiagge ma fregarsene dei rischi ambientali scaricati su paesi dai quali importiamo idrocarburi – spesso non democratici. Ecco da dove importiamo gas e petrolio. Le nostre spiagge son belle, ma quelle russe e quelle algerine? Importiamo gas soprattutto dalla Russia, vi immaginate cosa ne farebbe Putin dei referendari StopTrivelle? Gli italiani fanno gli ambientalisti a spese degli altri.

Come spesso accade, le questioni di principio si trasformano in malgoverno e ne paghiamo tutti le conseguenze. Concludo l’articolo con una sfida: fornitemi uno studio accurato che preveda al 2050 l’uso esclusivo di energie rinnovabili per tutti gli usi energetici, cioè non solo per la produzione di elettricità ma anche per il riscaldamento e per alimentare i mezzi di trasporto. Nel caso la prospettiva di usare esclusivamente le rinnovabili non sia credibile, vuol dire che avremo bisogno di qualcos’altro e questo qualcos’altro si chiama gas naturale. Tirate le vostre conclusioni e votate come vi pare.

P.S.: in un altro articolo mi occupo degli effetti occupazionali del referendum (qui)

L’Occupazione in Italia è Trainata dall’Agricoltura

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Il grafico mostra l’andamento dell’occupazione per settori a partire dal IV trimestre del 2012, corretto per gli effetti stagionali. I dati sono presi dal sito ISTAT e sono stati pubblicati oggi.

Il detto “torniamo a zappare”, tanto popolare durante l’ultima lunga recessione in Italia, è diventato realtà. Il settore più dinamico in termini di occupazione negli ultimi tre anni è stato proprio l’agricultura.

Non so cosa ci sia dietro questo trend. Senza dubbio però il grafico ci fa capire che l’ottimismo delle fanfare governative è decisamente infondato.

C’è del marcio nel Mercato del Lavoro in Italia?

Eurostat ha recentemente rilasciato nuove statistiche sui flussi trimestrali relativi all’entrata e uscita dalla disoccupazione nell’Unione Europea. Quante persone disoccupate hanno trovato lavoro nel secondo trimestre del 2015? Quante sono rimaste disaccupate e quante hanno smesso di cercare lavoro?

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Figura 1 – Flussi mercato del lavoro, dati europei aggregati, dal III al II trimestre 2015.

I nuovi dati per paese mostrano che i recenti sviluppi nel mercato del lavoro italiano sono in controtendenza rispetto all’Europa. Nella Tabella 1, l’Italia appare subito come un outlier in termini di abbandono del mercato del lavoro. La quarta colonna mostra la percentuale dei disoccupati che in quel trimestre ha deciso di smettere di cercare lavoro ed uscire perciò dalla forza lavoro. È il 41.6%, dato ben superiore agli altri paesi, compresa la Spagna e la Grecia. L’Eurostat ci dice anche che questo è un trend in aumento, cioè che il flusso di persone che diventano inattive risulta in aumento del +3.3% rispetto al secondo trimestre del 2015.

L’Italia ha anche un basso tasso di successo nel trovar lavoro e solo il 14.3% dei disoccupati ne ha trovato uno, dato più basso di molti altri paesi. Questo flusso di persone “fortunate” risulta in lieve flessione del -0.3%.

Q-t-Q-unemployment

 

Tabella 1 – Flussi nel mercato del lavoro, per paese, III trimestre 2015

Questi dati non sono corretti per gli effetti stagionali ed il confronto fra paesi ha senso se queste componenti cicliche sono simili tra paesi. In ogni caso, questi dati devo essere analizzati in un contesto più ampio ed è bene sapere quale sia stato il trend negli anni precedenti. I grafici qui sotto mettono a paragone l’Italia con la Spagna (Figura 2a). A differenza degli Stati Uniti (Figura 2b) dove il tasso di partecipazione è in caduta libera dall’inizio della crisi finanziaria e della Grande Recessione, in Italia e Spagna il livello di partecipazione nel mercato del lavoro è rimasto pressochè stabile, se non in aumento. Ciò vuol dire che il tasso di disoccupazione in paesi come l’Italia e la Spagna tenda a rimanere alto perchè molte persone rimangono disoccupate ma non smettono di cercare lavoro, a differenza degli Stati Uniti dove il declino di partecipazione ha contribuito a “snellire” il dato sulla disoccupazione.

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Figura 2a – Tasso di partecipazione nel mercato del lavoro, Italia e Spagna, 2006-2016
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Figura 2b – Tasso di partecipazione nel mercato del lavoro, Stati Uniti, 2006-2016
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Figura 3 – Tasso di disoccupazione, Italia e Spagna, 2006-2016

È chiaro perciò che non basta leggere le ultime statistiche trimestrali per farsi un’opinione, ma i nuovi dati devono essere confrontati con i trend degli ultimi anni. In ogni caso emerge che in Italia il processo di riassorbimento della forza lavoro disoccupata è ancora troppo lento.