Perchè il Referendum Non Creerà Occupazione

Votare Sì non porterà vantaggi dal punto di vista occupazionale. Per capirlo dobbiamo finalmente comprendere che la realtà è complessa e gli effetti indiretti sono così numerosi da poter ribaltare il risultato ottenuto da una semplice sottrazione. L’articolo cerca di spiegare il perchè.

Il 17 aprile siamo chiamati a votare per il referendum sullo stop al rinnovo di alcune concessioni per l’estrazione di idrocarburi entro 12 miglia dalla costa. Per convincerci di votare Sì oppure No, entrambe le fazioni tirano fuori le tesi più fantasiose sulle ricadute occupazionali che il risultato del voto potrà avere.

Ne ho sentite di tutti i colori e vorrei contribuire non solo a fare chiarezza, ma anche a ristabilire un pò di buonsenso nel dibattito.

Non fate la somma

Diamo per vere le stime riportate nell’immagine qui sotto. L’estrazione di idrocarburi è un’attività ad alta intensità di capitale, per cui non è sbagliato pensare che in proporzione (cioè per unità di fatturato) l’ENI dia meno posti di lavoro di un’azienda che produce e installa pannelli fotovoltaici. I sostenitori del VotaSi allora vi propongono il seguente semplice calcolo: 17.000 – 500 = 16.500 posti di lavoro che otterremmo investendo in energia pulita invece che in combustibili fossili. Purtroppo però la realtà è estremamente molto più complessa e l’effetto netto sull’occupazione non può essere calculato in questo modo, per diversi motivi.

m5s_posti_lavoro

L’estrazione di idrocarburi ha un indotto. Migliaia di lavoratori nel manufatturiero in Italia producono macchinari e technologie e società di servizi forniscono supporto logistico e tecnico non solo alle compagnie di idrocarburi, ma anche a chi poi userà gas e petrolio. Pompe, trivelle, navi, piattaforme, turbine, motori, etc.. I VotaSì però rispondono dicendo che questo non è un problema: queste aziende dovranno cambiare il proprio business ed entrare gradualmente nell’indotto dell’industria delle energie rinnovabili. Voilà! Purtroppo però, la realtà non è così docile come loro credono.

  • Per prima cosa paesi come l’Italia hanno un vantaggio comparato nel costruire tecnologie per l’estrazione di idrocarburi ma non molto nella costruzione di pannelli solari. I cinesi hanno in poco tempo sbaragliato la competizione e messo fuori gioco molte aziende leader, soprattutto tedesche, ed oggi hanno più del 50% del mercato. La Germania aveva speso miliardi di euro per finanziare la produzione domestica di tecnologie legate al solare ed oggi si ritrova con ben poco. Il motivo?  realtà è davvero crudele. Proprio perchè la produzione di pannelli solari ha una più alta intensità di lavoro (come abbiamo concordato all’inizio dell’articolo) e la manodopera cinese costa meno, in un mondo globalizzato l’Italia è svantaggiata.
  • Non dobbiamo poi dimenticarci che con le tecnologie attuali produrre elettricità da energie rinnovabili è, senza sussidi pubblici, più costoso che produrla con gas metano e altri combustibili fossili. Lo stesso vale per il riscaldamento. SENZA SUSSIDI. Forzare la transizione vuol dire scaricare costi aggiuntivi su aziende e famiglie. Soprattutto in settori ad alto consumo di energia questo porterebbe inevitabilmente ad una contrazione del fatturato ed al taglio dei posti di lavoro. Se il buonsenso non vi bastasse, vi propongo anche di leggere una simulazione dell’OCSE.

I sussidi pubblici non crescono sugli alberi

Con i sussidi pubblici l’energia prodotta con le rinnovabili può essere competitiva e non portare a costi aggiuntivi per chi la usa. Però, come sempre, la realtà non è tenera con gli ambientalisti romantici. Chi li paga i sussidi? È importante non dimenticarci che gli 11 miliardi di euro che oggi l’Italia spende in sussidi alle rinnovabili devono essere finanziati in qualche modo. Tasse o tagli? Entrambe le soluzioni hanno effetti importanti sui consumi e la produzione in altri settori. Questo studio pubblicato nel 2013 sulla rivista scientifica Energy Economics trova infatti che quando i sussidi vengono finanziati con tasse sul lavoro, l’impatto netto a livello macroeconomico è nagativo. L’unico modo per avere un impatto netto positivo è finanziarli tagliando i sussidi esistenti a fonti energetiche sporche come petrolio, gas e carbone.

Per di più, quando il governo cerca di incentivare l’innovazione sulle energie pulite rischia di spiazzare le attività di ricerca fatte in settori classici. Studi scientifici hanno sottolineato questo punto (crowding out): il governo non deve dirottare talenti e risorse da attività di ricerca su campi di sviluppo della produttività (per esempio macchinari per la produzione e biotecnologie) alla ricerca sulle rinnovabili. Il risultato potrebbe essere nel lungo periodo una più bassa crescita del reddito nazionale.

Conclusione

Bisognerebbe poi fare un altro discorso. Nell’articolo ho assecondato la tesi che il referendum e le politiche sulle rinnovabili siano collegate ma in realtà ciò non ha né fondamento logico né empirico. Lasciamo però perdere questo punto importante e concentriamoci sul dibattito relativo agli effetti occupazionali.

Dire che votare “Sì” porterà ricadute occupazionali positive è dannatamente sbagliato. I conti semplicistici fatti con la sottrazione sono fuorvianti, perchè non tengono di conto dei numerosi effetti indiretti che sono in grado, almeno in teoria, di ribaltare il risultato. Per cui vi chiedo gentilmente di fornirci degli studi accurati, che includono modelli di simulazione, oppure smettetela di prenderci per i fondelli.

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