Referendum StopTrivelle: il Diavolo è nei Dettagli

Gli argomenti dei sostenitori del referendum del prossimo 17 aprile sembrano puro buonsenso, ma un’intervista a Mario Tozzi – sostenitore del “Sì” – mi ha convinto del contrario. Mettere sullo stesso piano petrolio e gas naturale è sbagliato dal punto di vista delle politiche climatiche. 

Secondo i promotori del referendum “No Trivelle” del 17 Aprile 2016, l’Italia deve smettere di estrarre idrocarburi dalle aree marine. I benefici economici non compensano per i rischi ambientali derivanti da queste attività estrattive e, per di più, dobbiamo finalmente entrare nell’era dell’energia pulita. Gli idrocarburi non devono far parte del nostro futuro.

Come non essere d’accordo? Persino il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi è dalla parte del “Sì”, cioè del “No Trivelle” (attenti a non confondervi quando voterete!). In una intervista a Radio Popolare Tozzi, di cui ho grande stima, spiega la sua ragione per il “Sì”: Le fonti fossili sono roba vecchia, serve una svolta. Penso subito che ogni ulteriore approfondimento sia inutile. Come potrei dissentire da Mario Tozzi?

L’illuminante intervista a Mario Tozzi

Il paradosso è che Tozzi è un geologo ma la sua principale tesi a supporto del “Sì” è da economista, campo nel quale lui non è specializzato. Facendo attenzione a questo piccolo dettaglio si ha una nuova chiave di lettura per la sua intervista. Il geologo Tozzi dice chiaramente che:

“Non è tanto che le trivellazioni facciano danni, provochino terremoti, questo no. Sono sciocchezze senza senso. Oppure che sfregino il paesaggio. Questo è vero in alcuni casi ma non in tutti. […]”

Lei è geologo, ha mai partecipato ad attività estrattive?

“Sì, certo, come geologo ho partecipato diverse volte a prospezioni petrolifere, non sono particolarmente dannose in sé, il loro impatto ambientale è contenuto nella maggior parte dei casi e gli incidenti sono molto rari. Ma, ripeto, il problema non è questo. E’ un problema di prospettiva. […]”

Allora Tozzi ci conferma che i rischi ambientali legati alle attivitá di estrazione di idrocarburi sono limitati. Paventare scenari catastrofici simili all’incidente del Deepwater Horizon nel Golfo del Messico accaduto qualche anno fa è fuorviante e sbagliato, perchè non solo le technologie sono diverse (es: profondità di estrazione) ma anche perchè i rischi nell’estrazione di petrolio sono diversi dai rischi legati all’estrazione di gas. (Ulteriore approfondimento: qui) I sostenitori del Sì spaventano la gente facendo leva sulla memoria legata alle immagini di animali completamente ricoperti di greggio e di coste sfregiate dalla marea nera. Poi però, scopriamo che il referendum riguarda per la maggior parte piattaforme per l’estrazione di gas metano, non di petrolio! Controllate pure sulla lista del ministero oppure, se preferite, su quella in fondo a questo dossier di Legambiente.

L’economista Tozzi invece sostiene che:

“Il problema vero è che se tu continui a cercare nuovi idrocarburi, e poi li dovrai raffinare e bruciare, non ti allineerai mai agli obiettivi che invece, anche come governo nazionale, sostieni di voler perseguire.”

Cosa dovrebbero chiedere i cittadini in materia energetica?

“L’abbandono progressivo delle fonti fossili. Se noi abbiamo aderito all’accordo sul clima di Parigi, vuol dire che entro il 2050 dovremo tagliare le nostre emissioni inquinanti. E quando lo facciamo? Nel 2049? Devi cominciare adesso, non c’è tempo da perdere, a investire sulle energie rinnovabili e su quelle incentrare tutta la trategia energetica del Paese.”

A quanto pare diversi personaggi famosi invitano a votare “Sì” per lanciare un messaggio al governo affinchè adotti una politica ambientale più aggressiva di quella attuale, in primis per rispettare l’accordo di Parigi firmato il dicembre scorso. Lo scrive il conduttore e divulgatore scientifico Luca Mercalli (qui) e Giovanna Ricoveri sul Fatto Quotidiano (in un articolo alquanto superficiale). Personaggi come Alessandro Gassman invece pubblicano su Twitter grafici che illustrano alte concentrazioni di Pm2.5 in Italia, omettendo il fatto che l’uso di gas naturale possa aiutare a ridurre il micro particolato (che pazienza bisogna avere, davvero: perchè ad esempio la provincia di Bolzano scrive qui che gli autobus a metano emettono una quantità quasi nulla di particolati?).

Gettare il bambino con l’acqua sporca

Visto che chi scrive è un economista ambientale e non un geologo, mi fido di Tozzi per quanto riguarda i rischi ambientali ma ritengo la sua analisi di politica ambientale alquanto grossolana. Mi soffermo su due questioni fondamentali.

Punto 1. Dai veti dei referendum non possono nascere politiche serie.

Purtroppo i referendum sono solo abrogativi. Le politiche serie sono invece programmi complessi che fanno affidamento su diversi strumenti e sotto-obiettivi per raggiungere obiettivi ambiziosi, come è ad esempio il forte abbattimento delle emissioni di gas serra per evitare i peggiori scenari di cambiamento climatico. Sarà pur vero che i referendum abrogativi sono uno dei pochi modi che i cittadini hanno per far sentire la loro voce su tematiche specifiche, ma è altrettanto vero che è una modalità mediocre e maldestra di favorire il buon governo.

Punto 2. Non distinguere il gas naturale dal petrolio è sbagliato.

Mi voglio soffermare su questo punto. Il referendum abrogativo rischia di far danni per la politica climatica in Italia. La produzione di energia elettrica con gas naturale emette in media il 40 % di gas serra in meno rispetto all’uso di carbone e il 25% in meno rispetto all’uso di petrolio ed ha emissioni minime di zolfo ed altri inquinanti (entrambi le fonti sono in inglese).

Non esiste piano di politica climatica che non preveda un mix di fonti energetiche per raggiungere gli obiettivi di taglio delle emissioni di gas serra. Detto diversamente, non esistono piani credibili di politica climatica che puntino tutto su energia solare ed eolica. Il gas naturale, ad esempio, è sempre presente anche nei piani più ambiziosi di taglio alle emissioni. Mi riferisco ad esempio al quinto rapporto dell’Intergovernmental Panel of Climate Change, un organismo delle Nazioni Unite che riunisce i maggiori esperti internazionali sul cambiamento climatico e sulle politiche ambientali. Anche Greenpeace ne parla bene (link) ma dubito che l’abbiano letto attentamente.

Il rapporto, risultato di anni di lavoro, sintetizza la frontiera della conoscenza scientifica sull’argomento e delinea le politiche di mitigazione necessarie per evitare il surriscaldamento del pianeta. Nonostante venga posta l’enfasi sull’investimento in fonti di energia pulita, i combustibili fossili rimangono sempre parte del mix energetico, anche nei casi di politiche ambientali aggressive. Sia il carbone che il gas naturale sono combustibili fossili, ma il IPCC spiega che:

“Le emissioni di gas serra possono essere ridotte in modo significativo sostituendo le attuali centrali a carbone in tutto il mondo con moderne, altamente efficienti, centrali a gas naturale a ciclo combinato o impianti di co-generazione […] (solida evidenza empirica, forte consenso scientifico)”

(Originale) “GHG emissions from energy supply can be reduced significantly by replacing current world average coal-fired power plants with modern, highly efficient natural gas combined-cycle power plants or combined heat and power plants, provided that natural gas is available and the fugitive emissions associated with extraction and supply are low or mitigated (robust evidence, high agreement)”

(dal Summary for Policymakers, p. 21)

Il rapporto dell’IPCC specifica per ogni affermazione non solo il livello di consenso degli scienziati sul tema, ma anche la solidità dell’evidenza empirica che supporta quella tesi. C’è ampio consenso tra gli scienziati (che include gli economisti) sul fatto che il gas naturale possa contribuire nella transizione verso un’economia sostenibile. Per uno studio più specifico sull’Italia, rimando ad un recente studio dell’ENEA, l’Agenzia Nazionale per le nuove technologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile, dal quale ho preso il grafico qui sotto .

pic_ENEA_1
Precisione al 2015 del mix energetico con politica climatica (ENEA, Verso un’Italia Low Carbon: Sistema Energetico, Occupazione e Investimenti, 2013)

 

Non facciamone una questione di principio

Votare “Si” vuol dire chiedere al governo di interrompere nel tempo la produzione italiana di idrocarburi, limitatamente all’estrazione in aree marine. Ciò vuol dire che le politiche ambientali, soprattutto quelle riguardanti la riduzione delle emissioni di gas serra, aumenteranno la nostra dipendenza dai produttori esteri di gas naturale. Come ho cercato di spiegare, il referendum non distingue il petrolio dal gas naturale e noi avremo molto bisogno del gas. L’ipocrisia si palesa nell’idea di voler proteggere le nostre belle spiagge ma fregarsene dei rischi ambientali scaricati su paesi dai quali importiamo idrocarburi – spesso non democratici. Ecco da dove importiamo gas e petrolio. Le nostre spiagge son belle, ma quelle russe e quelle algerine? Importiamo gas soprattutto dalla Russia, vi immaginate cosa ne farebbe Putin dei referendari StopTrivelle? Gli italiani fanno gli ambientalisti a spese degli altri.

Come spesso accade, le questioni di principio si trasformano in malgoverno e ne paghiamo tutti le conseguenze. Concludo l’articolo con una sfida: fornitemi uno studio accurato che preveda al 2050 l’uso esclusivo di energie rinnovabili per tutti gli usi energetici, cioè non solo per la produzione di elettricità ma anche per il riscaldamento e per alimentare i mezzi di trasporto. Nel caso la prospettiva di usare esclusivamente le rinnovabili non sia credibile, vuol dire che avremo bisogno di qualcos’altro e questo qualcos’altro si chiama gas naturale. Tirate le vostre conclusioni e votate come vi pare.

P.S.: in un altro articolo mi occupo degli effetti occupazionali del referendum (qui)

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19 thoughts on “Referendum StopTrivelle: il Diavolo è nei Dettagli

  1. Quindi vorrei capire: adesso importiamo già dai paesi non democratici, quindi continuare a fregarsene delle conseguenze fa figo?

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    1. un conto è importare perchè non abbiamo abbastanza produzione di gas e petrolio per soddisfare il nostro fabbisogno, un altro invece è importare perchè non vogliamo prenderci i rischi (anche se minimi) legati al produrre una cosa che ci serve.

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    2. il problema è male impostato: l’abrogazione, votando SI, come farò in qualità di cittadino italiano, non a digiuno di scienza, è relativo alla cessione senza limite di tempo all’estrazione sia esso gas che idrocarburi, dalle piattaforme già esistenti, a cui scade la concessione. Smantellare costa e le compagnie impegnate nell’estrazione rimandano lo smantellamento; andare temporalmente oltre alle scadenze perché i giacimenti non sono esauriti, dipende dal fatto che le compagnie hanno tutto l’interesse a mantenere entro l’anno una quota di estrazione tale da non pagare, o pagare un minimo di royalty, che sarebbero i compensi al popolo italiano che ha ceduto loro la possibilità di utilizzare una ricchezza italiana, in cambio di un compenso che non sia risibile. L’Italia ha parametri da quarto mondo! L’Italia svende il patrimonio degli italiani.

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      1. Cara Silvana, io sono personalmente a favore di aumentare le royalties ma ritengo comunque che il referendum sia sbagliato. Sembrerà strano, ma è possibile non vedere tutto in bianco o nero. Volete smantellare le piattaforme, ma evitate di menzionare i rischi ambientali legati al fermare l’estrazione attiva di gas metano (come spiegato nell’articolo, quasi tutti i giacimenti sono di metano, non petrolio). Poi secondo i vostri piani, gli idrocarburi non più estratti verrebbero importati, ma come ci arriverebbero? Le petroliere sono pericolose come le trivelle e non volete i rigassificatori. Quanta confusione.
        Aggiungo anche che la “soglia” sotto la quale non vengono pagate royalties ha una ratio. Come si legge in un rapporto del ministero: “L’obiettivo in questo caso è quello di rendere sfruttabile il più possibile un giacimento minerario, la cui coltivazione è quasi sempre caratterizzata da un picco iniziale seguito prima da un periodo di valori alti, normalmente dai 6 ai 10 anni, poi da un altro di veloce decremento verso valori bassi che si possono mantenere per numerosi anni. Con produzione bassa i costi, fra cui le royalties, potrebbero incidere molto e forzare una cessazione dello sfruttamento.
        L’eliminazione della royalty sotto livelli produttivi minimi permette che la produzione possa continuare per più tempo, permettendo un ottimale sfruttamento.” (pag. 25) http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/royalties/nomisma_tassazione_idrocarburi.pdf

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    1. La Costa Rica produce il 100% dell’elettricità con energia rinnovabile, ma l’elettricità conta solo per un quarto circa dell’energia consumata. Per cui non è corretto dire che la Costa Rica usa solo energia pulita. Hanno macchine a idrogeno? ma per favore. Il petrolio viene quasi esclusivamente usato per alimentare i mezzi di trasporto, per cui anche in Costa Rica hanno bisogno di trivellare.

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    1. l’articolo citato cerca in tutti i modi di sostenere la tesi che il metano è dannoso per le politiche climatiche, ma lo sforzo si regge tutto sul caso delle auto a metano. Un appoggio un pò traballante. Non solo la tecnologia della combustione di metano nei veicoli da trasporto potrebbe essere migliorata (i dati sono nuovi?) ma c’è anche il fatto che nessuno ha mai detto che le auto a metano dovranno essere una parte importante delle politiche climatiche. Mi sembra che l’articolo sia costruito su un “argomento fantoccio” (https://it.wikipedia.org/wiki/Argomento_fantoccio) per criticare una tesi molto più generale.

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      1. Veramente le auto sono prese a pretesto per parlare delle perdite della filiera del gas naturale, tant’è che si parla poi di centrali elettriche. Ci sono citazioni di studi pubblicati in pr. Come questo possa essere un argomento fantoccio, quando le concentrazioni del metano in atmosfera sono in crescita veloce, andrebbe almeno dimostrato dati alla mano.

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      2. Ben detto, i dati. I dati ufficiali dell’EPA americano dicono che il 29% delle emissioni di metano provengono da “Natural Gas and Petroleum Systems” (che include le perdite da te menzionate) e il metano è il 10% dei gas serra. Perciò la critica del tuo articolo riguarda il 2,9% delle emissioni totali di gas serra (negli USA).
        Fonte: https://www3.epa.gov/climatechange/ghgemissions/gases/ch4.html

        “Argomento fantoccio” è proprio puntare il dito sul 2,9% delle emissioni per criticare una strategia più generale che di emissioni ne fa (e farebbe) risparmiare ben di più. Non a caso il rapporto IPCC (capitolo 3) non dà troppa importanza a questo “danno collaterale”.

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      3. Già. E basta non menzionare che sostituire il carbone con il metano porterebbe ad un aumento dell’effetto serra, per avere portato dei dati utili alla discussione…

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      4. calcolo fatto da chi? “sostituire il carbone con il metano porterebbe ad un aumento dell’effetto serra” come mai il rapporto IPCC dice esattamente il contrario?

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      5. Caro Dario, ma li leggi gli articoli prima di postarli? Dice esattamente il contrario. “This analysis, and many others on the subject, examine the GHG implications of a choice between producing electricity with coal or natural gas, and quantify potential reductions of choosing natural gas. […] That being said, only in highly unusual or isolated circumstances will the climate impact from natural gas power be higher than that from coal power during power plant operation; further, over long periods the cumulative radiative forcing from natural gas systems will never be higher than the CRF from coal systems, because CH4 has a much shorter atmospheric lifetime than CO2.”

        Chiuderei qui la discussione. Saluti.

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  2. Decarbonizzare, come indica il grafico colorato dell’ENEA, significa ridurre di circa 8-10 volte i consumi di gas da qui al 2050. Certo, non azzerarli. Ma questo significa che in totale, sulla Terra, se ne dovrà estrarre 8-10 volte di meno. E lasciarne una buona parte sottoterra, senza guadagnarci sopra.

    La cosa non piace a nessuno, tutti vogliono continuare a guadagnarci, esattamente come vogliamo farlo noi. Complessivamente le concessioni oggetto del referendum sono meno di 1/4 della produzione nazionale, quindi se rispettiamo quegli impegni e chiudiamo queste concessioni semplicemente ci assumiamo una piccola frazione dei mancati guadagni, dei costi che questi comportano nella strada per la decarbonizzazione.

    Si tratta quindi di esportare i rischi, o di esportare i mancati guadagni? O semplicemente noi continuiamo a bruciare il nostro, gli altri continuano ad estrarre il loro, e alla fine qualcuno che brucia quel gas da qualche parte ci sarà? Perché il SOLO gas che non produce effetto serra è quello che non è stato estratto.

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    1. Sarà pur vero che gli studiosi più autorevoli ci dicono che, per evitare l’aggravarsi dei cambiamenti climatici, gran parte delle riserve di idrocarburi dovranno rimanere nel sottosuolo. Non capisco però come questa tesi sia rilevante per decidere su come votare al referendum del 17 aprile. Le riserve italiane di idrocarburi sono una percentuale minuscola di quelle mondiali (BP Statistical Review of World Energy 2015) e, per di più, non confondiamoci. Gli scienziati non chiedono a chi abbia riserve di idrocarburi di astenersi dal venderle, ma piuttosto di intervenire sul lato della domanda e ridurre il fabbisogno globale. Il referendum riguarda l’offerta di gas e petrolio ed è davvero difficile pensare che la vittoria del “Sì” possa avere alcun impatto sull’evoluzione del fabbisogno di idrocarburi in Italia.

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